Eleonora intervista Giovanni Trombetta a Bari: come usare l’intelligenza artificiale per capire gli investimenti, formarsi e valutare i rischi con consapevolezza

Intelligenza artificiale e investimenti: da dove cominciare senza paura
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ToggleL’intelligenza artificiale può aiutare le persone a capire meglio i prodotti finanziari, prepararsi a un confronto con un professionista e orientarsi tra concetti che spesso sembrano riservati agli addetti ai lavori. Ma non elimina i rischi, non sostituisce il giudizio personale e non trasforma automaticamente un’informazione in una buona decisione d’investimento.
È questo il filo conduttore della conversazione tra Eleonora e Giovanni Trombetta, ingegnere e professionista attivo nel campo della finanza quantitativa e dell’intelligenza artificiale applicata ai mercati. L’intervista si è svolta a Bari, durante la terza edizione di Edu-Fin 2026, l’iniziativa dedicata a finanza, trading e tutela del risparmio, articolata in masterclass online e in una giornata conclusiva dal vivo il 25 settembre.
L’AI è già entrata nella vita finanziaria
Per Giovanni Trombetta, l’intelligenza artificiale di cui oggi si parla più spesso è soprattutto quella generativa: strumenti capaci di dialogare con l’utente, rispondere a domande e rielaborare informazioni. Negli ultimi anni, osserva, la diffusione commerciale di questi sistemi ha accelerato un cambiamento evidente. La tecnologia è diventata accessibile anche a chi non lavora in ambito informatico o finanziario, e questo ha portato con sé entusiasmo, curiosità e timori.

Eleonora introduce proprio questa ambivalenza: da una parte c’è chi vede nell’AI un’opportunità, dall’altra chi teme che possa sostituire le persone o che il suo funzionamento sia troppo difficile da comprendere.
Trombetta riconosce che le preoccupazioni sono comprensibili, ma propone di guardare anche a ciò che questi strumenti possono fare nella pratica. A suo avviso, l’intelligenza artificiale può agire come un “copilota”: un supporto con cui ragionare e raccogliere informazioni, non una persona né un decisore autonomo al quale delegare tutto.
La distinzione è importante soprattutto quando si parla di denaro. Un assistente digitale può aiutare a interpretare un documento o a chiarire il significato di alcuni termini, ma non conosce necessariamente la situazione completa di chi gli sta ponendo la domanda. Non può dedurre con certezza obiettivi, vincoli, orizzonte temporale, capacità di sopportare le perdite o tutte le condizioni che entrano in una scelta finanziaria. Il suo contributo può essere utile, ma resta circoscritto alle informazioni che riceve e a quelle che riesce a trattare.
Una scheda prodotto può diventare più comprensibile
Uno degli esempi più concreti citati da Trombetta riguarda la scheda di un prodotto finanziario. Il documento può contenere informazioni tecniche, descrizioni dei rischi e formulazioni che risultano poco accessibili a chi non è esperto. L’intelligenza artificiale può essere impiegata per ottenere una sintesi in un linguaggio più semplice, individuare i passaggi che meritano attenzione e preparare domande da rivolgere al proprio interlocutore.
Il valore di questo uso non consiste nel ricevere un’indicazione automatica su cosa comprare o vendere. Consiste, piuttosto, nel presentarsi a un colloquio con maggiore consapevolezza. Un risparmiatore che comprende meglio le parole contenute in una scheda può chiedere chiarimenti più precisi, distinguere le informazioni che ha capito da quelle che gli restano oscure e approfondire aspetti rilevanti prima di prendere una decisione.
Nell’intervista, Trombetta descrive questa possibilità come un aiuto concreto per avvicinarsi preparati al confronto con un promotore o un consulente finanziario. La tecnologia può ridurre la distanza iniziale tra un documento specialistico e il lettore, ma non cancella la necessità di verificare ciò che la sintesi restituisce. Se una spiegazione è ambigua, incompleta o non sembra coerente con il testo originale, occorre tornare alla fonte e chiedere chiarimenti a un professionista.
Anche la forma della domanda conta. Se l’utente chiede una spiegazione troppo generica, può ricevere una risposta superficiale, eccessivamente semplificata o priva di elementi importanti. È più utile indicare quale documento si sta esaminando, chiedere che i termini tecnici vengano spiegati uno alla volta e domandare di separare le caratteristiche del prodotto dai rischi e dalle condizioni che richiedono un approfondimento. La sintesi serve a rendere la lettura più agevole, non a sostituire la lettura critica.
Prepararsi prima di parlare con un professionista
Il suggerimento di arrivare preparati a un incontro non equivale a considerare l’intelligenza artificiale un consulente finanziario. Significa, invece, usare lo strumento per ridurre la confusione preliminare e migliorare la qualità delle domande. Una persona può chiedere che cosa significhi un termine, quali informazioni manchino per valutare un prodotto oppure quali aspetti del documento non siano stati spiegati con chiarezza.
Questo approccio può rendere il dialogo più efficace. Il professionista mantiene il ruolo di interlocutore qualificato e può raccogliere informazioni più ampie sulla situazione dell’investitore; l’utente, nel frattempo, partecipa alla conversazione con maggiore cognizione. Il punto non è sostituire una relazione professionale con una macchina, ma usare un supporto digitale per arrivare al confronto con una base di conoscenza più solida.
La presenza di un professionista resta infatti rilevante soprattutto quando si devono collegare le caratteristiche di uno strumento alla situazione specifica della persona. Capire in generale che cos’è un prodotto non basta necessariamente per stabilire se sia compatibile con i propri obiettivi o con la propria capacità di sostenere eventuali perdite. L’AI può contribuire alla fase informativa; la valutazione complessiva richiede attenzione al contesto individuale e, quando opportuno, il confronto con figure competenti.
Trombetta invita inoltre a non confondere l’accessibilità della tecnologia con la scomparsa della complessità finanziaria. Oggi è più facile iniziare una ricerca, ma questo non significa che ogni risposta generata sia completa o corretta. La familiarità con un’interfaccia conversazionale può dare l’impressione che il sistema “capisca” il problema come farebbe una persona. Nella pratica, l’utente deve conservare un atteggiamento vigile: chiedere spiegazioni, controllare i passaggi importanti e non affidare all’AI la responsabilità delle proprie decisioni.
Un vantaggio anche per chi costruisce strategie
Nel dialogo con Eleonora, Trombetta allarga lo sguardo oltre l’utilizzo individuale. Per chi lavora alla costruzione di portafogli o allo sviluppo di modelli finanziari, gli strumenti di intelligenza artificiale possono ampliare le capacità di ricerca, analisi e preparazione. Secondo la sua lettura, la tecnologia offre nuove risorse anche a realtà più piccole, come le fintech, che possono accedere a strumenti computazionali prima più difficili da utilizzare su larga scala.
Questo non significa che una piccola impresa diventi automaticamente equivalente a un grande gruppo finanziario. Trombetta precisa che la dimensione delle risorse e la capacità di applicare una tecnologia restano aspetti distinti. L’accesso a strumenti avanzati può favorire il lavoro di ricerca e l’analisi, ma non annulla le differenze di capitale, organizzazione o capacità operativa. Tra la possibilità di elaborare una strategia e la sua applicazione concreta sul mercato esiste uno spazio che va valutato con attenzione.
L’intelligenza artificiale, quindi, non è soltanto uno strumento per il singolo risparmiatore. Può entrare nei processi professionali con cui si studiano i mercati, si progettano strategie e si valutano dati. Ma la presenza di più capacità tecnologiche non garantisce di per sé risultati migliori. Un modello può essere costruito su ipotesi deboli, risentire della qualità dei dati o non comportarsi come previsto quando viene utilizzato in condizioni diverse da quelle considerate durante la progettazione.
È qui che la distinzione tra tecnologia e metodo diventa essenziale. Un algoritmo può eseguire calcoli e applicare regole; la qualità del lavoro dipende anche da quali regole vengono definite, da come vengono controllate e da quali limiti vengono riconosciuti. La tecnologia può ampliare la “faretra” degli strumenti disponibili, come suggerisce Trombetta, ma non decide da sola quali frecce usare, quando e con quali conseguenze.
Accesso più ampio, ma non senza limiti
Uno degli aspetti più interessanti della riflessione di Trombetta è la possibilità che strumenti un tempo associati a strutture molto grandi diventino più accessibili. Se una realtà di dimensioni contenute può utilizzare tecnologie che rafforzano l’attività di ricerca, allora il divario tecnologico può ridursi almeno su alcuni compiti. Questo può ampliare la competizione sul piano delle competenze e delle soluzioni disponibili.
Il passaggio non deve però essere interpretato come una democratizzazione automatica dei risultati finanziari. L’accesso a una tecnologia non coincide con la capacità di usarla correttamente, e una strategia più sofisticata non è necessariamente una strategia più adatta a ogni investitore. La costruzione di modelli richiede competenze, controlli e consapevolezza delle ipotesi su cui si fondano. La loro applicazione comporta poi valutazioni ulteriori, perché il comportamento dei mercati può discostarsi dalle attese.
Trombetta definisce il momento attuale una sorta di “riarmo” tecnologico, nel quale si stanno colmando alcuni divari. La metafora comunica l’intensità del cambiamento, ma suggerisce anche un elemento di cautela: quando gli strumenti diventano più potenti e diffusi, aumenta l’importanza di comprenderne i limiti. La disponibilità di nuove capacità può migliorare il lavoro di analisi, ma richiede un uso disciplinato e una chiara distinzione tra preparazione, decisione e responsabilità.
Per il pubblico, il messaggio è duplice. Da un lato, non serve essere specialisti per cominciare a informarsi: una piattaforma conversazionale può aiutare a porre le prime domande e a familiarizzare con concetti nuovi. Dall’altro, la facilità d’uso non deve essere scambiata per una garanzia di affidabilità assoluta. Il percorso di apprendimento deve restare graduale e accompagnato da verifiche.
Il primo passo è una domanda, non una delega
Quando Eleonora chiede quale consiglio dare a chi si avvicina a queste tecnologie, Trombetta propone di considerare l’AI come uno strumento con cui interloquire con una certa facilità. La conversazione può partire da una chat, da una domanda semplice o da un concetto che si desidera comprendere meglio. Il primo obiettivo non è ottenere una risposta definitiva, ma iniziare a esplorare l’argomento.
È un invito a passare dalla paura all’uso consapevole. Non è necessario comprendere subito ogni dettaglio tecnico dei modelli o conoscere l’intera evoluzione dell’intelligenza artificiale per trarne un beneficio iniziale. Si può cominciare chiedendo spiegazioni su concetti finanziari, facendo chiarire parole complesse o domandando quali aspetti di una proposta meritino un approfondimento. Il risultato può essere un punto di partenza per proseguire lo studio, non un verdetto da accettare senza controlli.
Il metodo descritto da Trombetta è progressivo: procedere “mattoncino su mattoncino”, imparando a piccoli passi e tornando sui temi che risultano meno chiari. Questo principio ha un valore particolare in ambito finanziario, dove una conoscenza frammentaria può generare sicurezza eccessiva. Comprendere alcuni termini non equivale a padroneggiare la materia, ma consente di formulare domande migliori e di riconoscere più facilmente quando serve approfondire.
L’intervista non presenta dunque l’AI come una scorciatoia per saltare la formazione. La considera, piuttosto, un possibile supporto per rendere l’accesso alle informazioni meno intimidatorio. Se usata con domande appropriate e un’attitudine critica, può aiutare a organizzare il proprio percorso di apprendimento. Se invece viene trattata come un’autorità infallibile, rischia di creare una falsa sensazione di padronanza.
Educazione finanziaria: la base che resta decisiva
Per Trombetta, l’intelligenza artificiale può affiancare l’educazione finanziaria, non rimpiazzarla. Nel corso dell’intervista richiama il ruolo delle istituzioni e delle associazioni, in particolare quelle senza fini di lucro, come possibili riferimenti per chi vuole avvicinarsi alla materia. L’obiettivo è favorire un apprendimento che non dipenda da una singola risposta o da una sola fonte, ma cresca attraverso più occasioni di studio e confronto.
La formazione è utile anche per imparare a interagire con gli strumenti digitali. Chi possiede alcune basi può riconoscere meglio una spiegazione troppo generica, una conclusione non supportata o un’affermazione che richiede conferma. Non è necessario essere esperti di programmazione per usare una chat, ma è importante sviluppare sufficiente familiarità con il tema affrontato per non affidarsi ciecamente alla prima risposta ricevuta.
L’educazione finanziaria aiuta inoltre a mantenere al centro gli obiettivi personali. Parlare di mercati in astratto è diverso dal decidere cosa fare con una somma che si è risparmiata. Prima di valutare uno strumento occorre capire che cosa si sta cercando di ottenere, quale orizzonte si considera e quali conseguenze si è in grado di tollerare. Una risposta automatizzata può contribuire a chiarire termini e alternative, ma non dovrebbe cancellare queste domande.
La stessa prudenza vale per i giovani o per chi dispone di una somma modesta e vuole iniziare a investire. L’accesso a informazioni e tecnologie più semplici può avvicinare un pubblico nuovo ai temi finanziari. Ma la possibilità di chiedere a un sistema generativo che cosa fare non trasforma l’investimento in un’attività priva di rischi. La formazione e il confronto con professionisti seri restano elementi centrali nel percorso di consapevolezza.
Prima il rischio, poi la decisione
Nell’intervista, Trombetta riporta più volte la conversazione sul rischio. Quando si parla d’investimenti, osserva, non basta soffermarsi sulle opportunità: occorre capire quale perdita sia possibile e come potrebbe essere vissuta. La considerazione riguarda non solo il capitale monetario, ma anche la dimensione psicologica. Una scelta che sulla carta appare sostenibile può diventare difficile da mantenere se le oscillazioni provocano stress o inducono decisioni impulsive.
Il rischio, in questa prospettiva, non è una formula da menzionare in fondo a una spiegazione. È un elemento da prendere in considerazione prima di agire. La persona deve capire quanto capitale potrebbe essere esposto, quali scenari negativi siano possibili e se le conseguenze rientrino nei propri limiti. L’intelligenza artificiale può aiutare a individuare o spiegare alcune caratteristiche di un prodotto, ma non può assumersi la responsabilità del modo in cui l’utente reagirà a una perdita.
Trombetta parla di commisurare il rischio alle proprie possibilità e alla propria capacità di sopportarlo. Questo richiama una distinzione essenziale: conoscere il rischio in termini astratti non significa necessariamente essere pronti ad affrontarlo nella pratica. Due persone possono leggere le stesse informazioni e avere reazioni differenti davanti allo stesso andamento di mercato, perché hanno disponibilità, obiettivi e sensibilità diverse.
Un assistente digitale può essere utile per formulare domande come: “Quali sono i rischi descritti in questo documento?”, “Quali condizioni potrebbero far perdere valore a questo investimento?” oppure “Quali parole tecniche devo chiarire con il professionista?”. Sono domande informative, che aiutano a preparare un esame più attento. Non equivalgono a una valutazione completa della situazione individuale e non devono essere trattate come una garanzia che il prodotto sia adatto.
L’AI non è un interlocutore umano
Un passaggio della conversazione merita particolare attenzione: Trombetta precisa che una chat può rispondere alle domande, ma non ascolta nel senso umano del termine. È un chiarimento utile perché la forma conversazionale può far sembrare il sistema un interlocutore capace di comprendere intenzioni, emozioni e circostanze personali. La capacità di produrre una risposta fluida non dimostra, da sola, che il sistema abbia compreso ogni sfumatura della richiesta.
Questa differenza diventa importante quando il tema è delicato. Un utente può descrivere in modo incompleto la propria situazione, omettere un vincolo o formulare la domanda partendo da un presupposto errato. La risposta generata potrebbe allora sembrare pertinente, ma basarsi su un quadro parziale. Per limitare questo rischio, è utile dichiarare esplicitamente che cosa si vuole capire e chiedere al sistema di segnalare le informazioni che mancano, senza presentare la risposta come una decisione finale.
La consapevolezza di questo limite non implica rinunciare allo strumento. Significa usarlo per compiti adeguati, come riassumere, spiegare, mettere in ordine o trasformare una lettura complessa in domande da approfondire. L’utente resta responsabile di verificare le informazioni e di scegliere come procedere. Il professionista, quando coinvolto, può offrire un confronto contestualizzato che una risposta generale non garantisce.
Dalla paura alla curiosità consapevole
La paura dell’intelligenza artificiale nasce spesso da due elementi intrecciati: la velocità con cui la tecnologia cambia e la difficoltà di distinguere ciò che può fare da ciò che non può fare. Eleonora richiama questa sensazione all’inizio dell’intervista, ricordando come l’incertezza e la scarsa familiarità con l’argomento possano alimentare il timore. Trombetta non nega la complessità del momento, ma suggerisce di affiancare alle preoccupazioni una prospettiva pratica.
La tecnologia può ampliare le possibilità di accesso, contribuire alla preparazione di chi si confronta con un professionista e supportare il lavoro di analisi degli operatori. Allo stesso tempo, non risolve da sola le questioni legate alla qualità delle informazioni, alla responsabilità delle decisioni o alla gestione del rischio. La risposta, quindi, non è né accettare ogni innovazione senza riserve né rifiutarla per principio.
Il passaggio più utile è imparare a distinguere gli impieghi. Una chat può essere un buon punto di partenza per chiarire un concetto; una sintesi può aiutare a orientarsi in un documento; un sistema quantitativo può offrire nuove risorse per la ricerca. Nessuno di questi casi implica che la tecnologia debba prendere il posto della formazione, del controllo delle fonti o del giudizio umano. L’approccio più equilibrato consiste nel vedere l’AI come un supporto da utilizzare con obiettivi chiari e limiti riconosciuti.
Un confronto che parte dalla formazione
La chiusura dell’intervista torna all’evento che ha fatto da cornice alla conversazione. Eleonora osserva la partecipazione e l’attenzione del pubblico, mentre Trombetta sottolinea il valore di una manifestazione dedicata a questi argomenti nel Sud Italia. Edu-Fin 2026 ha riunito a Bari relatori e partecipanti per affrontare temi diversi, dalla formazione sui mercati alle strategie quantitative e all’intelligenza artificiale applicata al trading.
Per Trombetta, la varietà della platea è un elemento significativo: accanto a chi si avvicina per la prima volta alla materia, ci sono persone più preparate e operatori con interessi diversi. Un programma che combina argomenti differenti può offrire occasioni di confronto a livelli diversi, senza ridurre la finanza a una sola tecnica o a una promessa di risultato.
Il messaggio che emerge dal dialogo con Eleonora è semplice, ma non superficiale: l’intelligenza artificiale può aiutare a comprendere e a prepararsi, ma il suo impiego più utile comincia quando l’utente mantiene un ruolo attivo. Fare domande, costruire conoscenze gradualmente, controllare le risposte e mettere il rischio al centro sono passaggi più importanti della ricerca di una risposta immediata.
In questo senso, l’AI non è una scorciatoia che elimina la necessità di imparare. È uno strumento che può rendere più accessibile il primo passo. La decisione finanziaria, però, richiede ancora consapevolezza, prudenza e attenzione alla propria situazione. L’innovazione può ridurre alcune distanze; spetta alla formazione aiutare le persone ad attraversarle senza confondere la facilità d’uso con la certezza.
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