Edu-Fin 2026: Eleonora Rossi intervista Jgor Pretolani su trading, opzioni, rischio e perché l’educazione finanziaria è fondamentale.
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L’educazione finanziaria non è un lusso riservato agli addetti ai lavori: è la competenza che permette di prendere decisioni consapevoli, proteggere il capitale e distinguere un’opportunità reale da una promessa troppo bella per essere vera. È emerso con forza durante Edu-Fin 2026, la terza edizione dell’evento dedicato a finanza, educazione economica e trading, svoltosi a Bari venerdì 25 settembre.
A condurre l’intervista è stata Eleonora Rossi, giornalista, conduttrice e autrice, che ha dato voce a Jgor Pretolani, trader opzionista a tempo pieno e uno dei più noti esperti italiani di didattica sulle opzioni. Il loro confronto ha messo al centro un tema essenziale: il rischio non va eliminato, ma compreso, misurato e gestito.
“Con il trading si diventa ricchi”: la frase che può costare cara
Nel linguaggio comune, il trading viene spesso presentato come una scorciatoia verso una vita diversa: guadagni rapidi, libertà finanziaria, indipendenza dal lavoro tradizionale. È una narrazione seducente, soprattutto per chi cerca soluzioni concrete per migliorare la propria situazione economica. Ma è anche una narrazione potenzialmente pericolosa, perché tende a nascondere la parte più importante del mestiere: studio, disciplina, metodo e gestione del rischio.
Jgor Pretolani non ha dubbi: il messaggio che troppo spesso arriva alle persone è che “con il trading si diventa ricchi” e che “cambia la vita”. Un messaggio che, se lasciato senza contesto, rischia di trasformare il mercato in una promessa anziché in un ambiente professionale. In realtà, il trading è un’attività complessa che richiede competenze tecniche, controllo emotivo, capacità di analisi e consapevolezza dei propri limiti.
Il punto non è demonizzare il trading. Esistono trader seri, metodologie strutturate e strumenti che possono essere utilizzati con intelligenza. Il problema nasce quando il mercato viene presentato come un meccanismo automatico di arricchimento, senza spiegare che dietro ogni operazione c’è un rischio concreto e che nessuna strategia può garantire profitti.
Questa distorsione è particolarmente rilevante in Italia, dove il livello di alfabetizzazione finanziaria resta ancora insufficiente rispetto alle esigenze di un contesto economico sempre più complesso. Le analisi disponibili indicano che solo una parte degli italiani raggiunge un livello adeguato di conoscenza finanziaria, con divari importanti nella comprensione di concetti come inflazione, diversificazione, rendimento e rischio.
L’Italia è davvero indietro? Il paradosso della Grecia
Durante l’intervista, Eleonora Rossi ha sollevato una questione che ha colpito l’attenzione del pubblico: l’Italia sarebbe addirittura indietro rispetto alla Grecia in materia di educazione finanziaria. Un’affermazione che può sembrare provocatoria, ma che racchiude un problema più ampio: il ritardo italiano non riguarda soltanto la conoscenza dei prodotti finanziari, ma anche la cultura del risparmio, dell’investimento e del rischio.
L’Italia ha storicamente costruito il proprio rapporto con il denaro attorno a un modello prudente, fatto di conti deposito, titoli di Stato, immobili e risparmi custoditi con grande attenzione. È un approccio che ha radici profonde e che nasce anche da esperienze passate, crisi bancarie, perdite subite e diffidenza verso il sistema finanziario. Tuttavia, questa prudenza può diventare un limite quando si trasforma in paralisi decisionale.
Il paradosso è che molti risparmiatori temono il rischio di un investimento, ma accettano senza riflettere rischi meno visibili: l’erosione del potere d’acquisto causata dall’inflazione, la mancanza di diversificazione, la dipendenza da un unico strumento o la rinuncia a opportunità di crescita del capitale nel lungo periodo. Il rischio, infatti, non esiste soltanto quando si compra un’azione o si apre una posizione in trading.
La Grecia, citata nel confronto, rappresenta un caso interessante perché evidenzia come il divario non sia soltanto italiano. Il Paese registra livelli molto bassi di alfabetizzazione finanziaria, aggravati da fattori strutturali come salari contenuti, costo della vita elevato e assenza di una materia dedicata nella scuola secondaria. Il confronto, quindi, non deve diventare una gara tra Paesi, ma uno spunto per capire quanto sia urgente costruire una cultura finanziaria solida anche in Italia.
Eleonora Rossi: la finanza spiegata a chi non è esperto
Il ruolo di Eleonora Rossi nell’intervista non è stato quello di semplice moderatrice. La giornalista ha assunto la prospettiva di chi, pur non essendo un’operatrice di mercato, desidera comprendere i meccanismi della finanza e tradurli in un linguaggio accessibile. Un approccio importante, perché l’educazione finanziaria funziona solo quando riesce a parlare anche a chi non ha competenze tecniche.
Rossi ha infatti dichiarato di essere “dall’altra parte”, ovvero non addetta ai lavori nel senso stretto del termine. Eppure ha sottolineato di aver appreso molte cose nuove durante l’incontro con Pretolani e di essersi sentita arricchita dall’esperienza. Questo è forse il miglior indicatore del valore di un evento come Edu-Fin 2026: la capacità di avvicinare le persone alla finanza senza banalizzare i contenuti.
La divulgazione finanziaria ha una responsabilità precisa. Da un lato deve semplificare, tradurre concetti complessi e rendere comprensibili dinamiche che altrimenti resterebbero lontane. Dall’altro non deve mai semplificare fino a distorcere la realtà, presentando il trading come facile, gli investimenti come privi di rischio o i profitti come garantiti.
Il valore del lavoro di Eleonora Rossi sta proprio in questo equilibrio: porre le domande che un risparmiatore si farebbe, chiedere spiegazioni chiare e lasciare spazio agli esperti per spiegare non solo le opportunità, ma anche i limiti e i pericoli. In un panorama mediatico in cui le promesse facili circolano rapidamente, questo tipo di giornalismo ha un ruolo decisivo.
Jgor Pretolani: le opzioni non sono una palestra per principianti
Tra gli strumenti finanziari più fraintesi ci sono sicuramente le opzioni. Spesso vengono presentate come prodotti sofisticati, riservati a pochi eletti, oppure come strumenti ad alto rischio da evitare. In realtà, le opzioni sono contratti derivati che possono essere utilizzati per finalità diverse: speculatione, copertura, gestione delle posizioni e costruzione di strategie più articolate.

Jgor Pretolani, specialista in opzioni e fondatore di Trado Consapevole, le definisce una “palestra” alla quale ci si arriva dopo. Un’espressione efficace, perché sottolinea un concetto fondamentale: le opzioni non sono il punto di partenza del percorso formativo di un trader, ma un ambito che richiede basi solide.
Prima di avvicinarsi a questi strumenti è necessario comprendere i mercati, la volatilità, il prezzo, il tempo, le probabilità e le dinamiche del rischio. Chi si avvicina alle opzioni senza preparazione rischia di sottovalutare variabili decisive. Non basta sapere se un titolo salirà o scenderà: occorre capire entro quale tempo, con quale intensità e con quale impatto sul prezzo dell’opzione.
Il valore di questi strumenti, infatti, non dipende solo dalla direzione del mercato, ma anche dalla volatilità implicita, dal tempo residuo alla scadenza e dal rapporto tra prezzo dell’attività sottostante e prezzo di esercizio. Per questo motivo, secondo Pretolani, le opzioni possono “aprire la visione del trading”: costringono chi le utilizza a ragionare in modo più completo e a non affidarsi a previsioni semplicistiche.
Ma questa stessa complessità le rende inadatte a chi cerca guadagni rapidi senza comprensione dei meccanismi sottostanti. Le opzioni possono essere strumenti preziosi, ma solo nelle mani di chi sa cosa sta facendo.
Il rischio non si elimina: si impara a governarlo
Una delle idee più importanti emerse nel dialogo tra Eleonora Rossi e Jgor Pretolani è che il rischio fa parte del gioco. Non è un difetto del mercato, né una conseguenza inevitabile di scelte sbagliate: è una condizione strutturale di ogni attività finanziaria. Chi investe, fa trading o costruisce un portafoglio accetta una forma di incertezza.
La domanda corretta, quindi, non è “come evito il rischio?”, ma “come lo gestisco in modo consapevole?”. Questa distinzione cambia completamente l’approccio. Chi cerca di eliminare ogni rischio finisce spesso per non agire, rimandare decisioni importanti o rifugiarsi in soluzioni che sembrano sicure ma possono nascondere rischi diversi. Chi invece comprende il rischio può definire limiti, scegliere strumenti adeguati e accettare perdite controllate come parte del percorso.
Nel trading, la gestione del rischio è ancora più determinante. Una singola operazione può sembrare corretta dal punto di vista analitico, ma se la dimensione della posizione è eccessiva, se non esiste un livello di uscita definito o se il capitale esposto è troppo alto rispetto alle proprie disponibilità, anche una buona idea può trasformarsi in un problema serio.
Pretolani è categorico: un trader in opzioni non può non camminare “a braccetto” con il rischio. Non perché il rischio debba essere temuto, ma perché deve essere integrato in ogni decisione. La differenza tra un operatore improvvisato e uno professionale spesso non sta nella capacità di prevedere il mercato, ma nella capacità di sopravvivere quando la previsione si rivela errata.
“Non voglio perdere il capitale”: il desiderio umano, ma irrealistico
Tra le frasi più ricorrenti che un formatore finanziario sente dai risparmiatori c’è una richiesta apparentemente ragionevole: “Vorrei investire, ma non voglio perdere il capitale”. È un desiderio comprensibile, quasi universale. Nessuno vuole vedere ridursi i propri risparmi, soprattutto quando rappresentano anni di lavoro, sacrifici e sicurezza futura.
Il problema è che questa aspettativa, se assolutizzata, diventa irrealistica. Ogni investimento comporta un rischio, anche se di natura diversa. Un deposito bancario può sembrare privo di rischi, ma può non proteggere dal potere d’acquisto. Un titolo di Stato può essere considerato solido, ma è esposto a variazioni di prezzo e a rischi legati ai tassi. Un fondo, un’azione o uno strumento derivato possono offrire potenziali rendimenti più elevati, ma comportano una maggiore incertezza.
Jgor Pretolani lo dice senza giri di parole: se vuoi ottenere qualcosa, devi essere disposto a dare qualcosa. Nel mercato finanziario, questo “qualcosa” è spesso il rischio. Non necessariamente il rischio di perdere tutto, ma il rischio di affrontare oscillazioni, periodi negativi, incertezza e possibilità di perdite temporanee o definitive.
Chi promette rendimenti garantiti senza rischio sta quindi presentando un messaggio che merita massima attenzione. La storia della finanza è ricca di casi in cui promesse di sicurezza hanno nascosto prodotti complessi, squilibri nascosti o vere e proprie truffe. La regola resta semplice: rendimento e rischio sono legati da un rapporto che non può essere ignorato.
Il rischio è soggettivo: lo stesso importo, due reazioni opposte
Uno degli aspetti più interessanti dell’intervista riguarda la natura soggettiva del rischio. Jgor Pretolani porta un esempio concreto: due persone possono avere lo stesso conto da 50.000 euro, ma reagire in modo completamente diverso alla stessa perdita.
Una persona può registrare un profit and loss momentaneo di meno 20 euro e restare perfettamente serena. Un’altra può vedere una perdita di 200 euro e non riuscire a dormire la notte. Stesso capitale, stesso importo, ma impatto psicologico radicalmente diverso. Questo dimostra che il rischio non è soltanto una grandezza matematica: è anche un’esperienza personale.
La tolleranza al rischio dipende da molti fattori: età, stabilità economica, obiettivi finanziari, orizzonte temporale, esperienza, situazione familiare e persino carattere. Non esiste una soglia universale valida per tutti. Ciò che per un investitore è una normale oscillazione, per un altro può diventare una fonte di stress insopportabile.
Per questo motivo, la formazione finanziaria non può limitarsi a spiegare prodotti e strategie. Deve aiutare ciascuna persona a comprendere se stessa. Prima di scegliere uno strumento, è necessario chiedersi quanto si è disposti a perdere, per quanto tempo si può restare investiti, quali obiettivi si vogliono raggiungere e quale livello di incertezza si può tollerare senza compromettere la propria serenità.
Money management: la disciplina che protegge il capitale
Se il rischio è inevitabile, il money management è lo strumento che permette di conviverci in modo razionale. Il termine indica l’insieme delle regole che stabiliscono quanto capitale rischiare, come dimensionare le posizioni e quando ridurre l’esposizione o sospendere l’operatività.
Nel trading, il money management è spesso ciò che fa la differenza tra chi resta sul mercato nel lungo periodo e chi esce dopo poche operazioni. Non basta avere una strategia vincente: occorre anche saperla gestire quando le condizioni cambiano, quando arrivano perdite consecutive o quando le emozioni prendono il controllo.
Una regola frequentemente citata nella formazione sul trading è quella di non rischiare più dell’1% o del 2% del capitale totale su una singola operazione. Non si tratta di una formula magica, né di una regola valida in ogni circostanza, ma di un principio utile per evitare che un singolo errore possa compromettere l’intero conto.
Il concetto è semplice: se si rischia troppo su una posizione, anche una serie normale di perdite può diventare devastante. Se invece il rischio per operazione è contenuto, il trader mantiene margine di manovra, può continuare a operare e ha tempo per valutare se la propria strategia funziona o necessita di correzioni.
Il money management non riguarda soltanto lo stop loss. Comprende la scelta della dimensione della posizione, la diversificazione tra operazioni, la gestione della correlazione tra strumenti, la definizione di perdite massime giornaliere o settimanali e la capacità di interrompere l’attività quando i parametri prefissati vengono superati.
Il bravo investitore conosce se stesso prima dei mercati
Jgor Pretolani introduce un concetto che merita di essere sottolineato: il bravo formatore, ma anche il bravo investitore, è colui che oltre a conoscere la materia “mastica” un po’ di money management ed è in grado di capire qual è il rischio per lui. Non il rischio in astratto, non il rischio teorico, ma il rischio personale.
Questa distinzione è fondamentale. Due investitori possono utilizzare la stessa strategia, operare sugli stessi strumenti e avere lo stesso capitale, ma ottenere risultati molto diversi perché gestiscono il rischio in modo differente. Uno può sopravvalutare la propria tolleranza alle perdite e assumere esposizioni eccessive. L’altro può essere così prudente da non riuscire mai a costruire un piano di investimento efficace.
La consapevolezza di sé è quindi una competenza finanziaria a tutti gli effetti. Conoscere i propri limiti non è un segno di debolezza, ma di maturità. Significa accettare che non tutte le opportunità vanno inseguite, che non tutti i mercati sono adatti al proprio profilo e che la pazienza può essere più preziosa della fretta.
Nel trading, questa consapevolezza diventa ancora più importante. Le emozioni possono alterare le decisioni: la paura può portare a chiudere troppo presto una posizione, mentre l’avidità può spingere a ignorare i segnali di pericolo. Un piano di gestione del rischio serve anche a questo: a creare regole prima che arrivino le emozioni, quando la mente è ancora lucida.
Edu-Fin 2026: la formazione finanziaria esce dalle aule
Edu-Fin 2026, giunto alla sua terza edizione a Bari, rappresenta un esempio concreto di come l’educazione finanziaria possa uscire dai canali tradizionali e incontrare le persone in modo diretto. L’iniziativa, articolata in masterclass online e in una giornata presenza in Puglia, ha affrontato mercati finanziari, analisi tecnica, volumi, derivati, opzioni, scenari macroeconomici e tutela del risparmio.
Eventi, interviste e confronti tra professionisti hanno un valore importante: rendono visibili temi che spesso restano confinati in linguaggi tecnici o in ambienti specializzati. La conduzione di Eleonora Rossi ha contribuito a rendere il linguaggio più accessibile, mentre l’intervento di Jgor Pretolani ha portato sul palco l’esperienza diretta di chi opera quotidianamente con strumenti complessi come le opzioni.
La divulgazione finanziaria deve infatti trovare un equilibrio difficile. Da un lato deve semplificare per includere, dall’altro deve mantenere il rigore necessario per non creare false aspettative. Parlare di rischio, gestione del capitale, studio e responsabilità personale significa offrire agli italiani strumenti concreti per orientarsi meglio.
Il messaggio che emerge da Edu-Fin 2026 è chiaro: non si tratta di convincere tutti a fare trading, ma di aiutare le persone a capire cosa significa investire, quali rischi esistono e come proteggere il proprio patrimonio.
Dal “denaro sotto il materasso” alla cultura dell’investimento
Per generazioni, molti italiani hanno associato la sicurezza finanziaria al risparmio tradizionale: il conto in banca, il libretto, l’immobile, il denaro custodito con prudenza. Un modello che ha rappresentato per anni una forma di protezione, ma che oggi deve confrontarsi con un contesto diverso: inflazione, tassi, mercati globali, prodotti digitali e maggiore complessità delle scelte economiche.
Il passaggio da risparmiatore a investitore non è automatico. Richiede un cambio di mentalità: non basta accumulare, bisogna anche capire come far lavorare il capitale nel tempo, quali rischi accettare e quali obiettivi perseguire. Ma questo passaggio non significa abbandonare la prudenza. Significa trasformarla in consapevolezza.
Un risparmiatore consapevole non è necessariamente chi prende più rischi, ma chi sa perché sta scegliendo una determinata soluzione. Può preferire strumenti difensivi, può diversificare il portafoglio, può investire solo una parte del proprio patrimonio oppure può decidere di non operare sui mercati. L’importante è che la scelta nasca da una valutazione, non dalla paura o dalla suggestione.
Proprio per questo l’educazione finanziaria dovrebbe entrare più profondamente nella cultura comune. Non come materia riservata agli esperti, ma come competenza di base, utile per gestire un mutuo, scegliere una polizza, valutare un piano pensionistico, comprendere un investimento o riconoscere una proposta commerciale ingannevole.
Le promesse troppo belle: il primo campanello d’allarme
Nel corso dell’intervista, Jgor Pretolani accenna a un fenomeno purtroppo frequente: persone che raccontano di aver ricevuto promesse di guadagni sicuri o di rendimenti garantiti. È uno dei segnali più pericolosi nel mondo degli investimenti.
Nessun investimento legittimo può promettere con certezza un rendimento futuro, soprattutto se si parla di strumenti legati ai mercati. Le azioni possono scendere, le obbligazioni possono perdere valore, i fondi possono attraversare fasi negative e i derivati possono amplificare sia i guadagni sia le perdite. Anche gli strumenti più prudenti hanno limiti, costi e rischi specifici.
Quando qualcuno promette sicurezza assoluta, rendimenti elevati e assenza di perdite, la prima reazione dovrebbe essere la diffidenza. Non perché ogni proposta sia necessariamente una truffa, ma perché una promessa di questo tipo contrasta con i principi fondamentali della finanza.
La protezione del risparmiatore inizia proprio da qui: dalla capacità di fare domande. Qual è il rischio? Quali sono i costi? Chi propone il prodotto? Quali sono le condizioni di uscita? Cosa succede se il mercato va contro di me? Esistono documenti ufficiali che spieghino il funzionamento dello strumento? Un investitore formato non si lascia guidare solo dall’entusiasmo, ma verifica prima di decidere.
Trading e opzioni: la libertà esiste, ma ha un prezzo
Il trading può offrire strumenti potenti: possibilità di operare su mercati diversi, flessibilità, accesso a informazioni e capacità di costruire strategie personalizzate. Le opzioni, in particolare, permettono di affrontare scenari complessi e di adattare l’operatività a diverse condizioni di mercato.
Ma questa libertà ha un prezzo: responsabilità. Chi opera con strumenti avanzati deve essere pronto a studiare, testare, monitorare e correggere il proprio approccio. Non esiste una strategia che funzioni sempre, né un indicatore che elimini l’incertezza. Il mercato premia la coerenza, non l’improvvisazione.
Jgor Pretolani ricorda che le opzioni richiedono una preparazione particolare proprio perché la gestione del rischio è determinante per l’operatività. Non è un caso che molti professionisti considerino questi strumenti un campo di applicazione avanzato: richiedono capacità di ragionare su scenari, probabilità e conseguenze, non soltanto su direzioni di mercato.
Chi vuole avvicinarsi al trading dovrebbe quindi partire da basi solide. Comprendere prima i concetti fondamentali, esercitarsi con metodologie semplici, definire regole chiare e solo successivamente valutare strumenti più complessi. La fretta è spesso il primo passo verso errori costosi.
Il vero obiettivo: decidere meglio, non guadagnare subito
Se dovesse rimanere un solo messaggio dall’incontro tra Eleonora Rossi e Jgor Pretolani, sarebbe questo: l’obiettivo non è guadagnare subito, ma imparare a decidere meglio. Nel breve periodo, il mercato può premiare anche chi opera per caso. Nel lungo periodo, invece, contano metodo, disciplina, gestione del rischio e capacità di adattamento.
L’educazione finanziaria non garantisce profitti. Nessuno può prometterlo. Ma offre qualcosa di altrettanto prezioso: la possibilità di capire cosa si sta facendo, perché lo si sta facendo e quali conseguenze può avere. Riduce la probabilità di cadere in trappole, aiuta a riconoscere le proprie vulnerabilità e permette di affrontare il mercato con maggiore lucidità.
In un Paese come l’Italia, dove una parte significativa della popolazione non raggiunge ancora un livello adeguato di alfabetizzazione finanziaria, questo messaggio è più attuale che mai. La sfida non è convincere tutti a fare trading o a investire in borsa. La sfida è costruire cittadini più consapevoli, capaci di valutare rischi e opportunità senza farsi guidare da promesse facili.
Perché, in finanza come nella vita, la vera sicurezza non nasce dall’assenza di rischio. Nasce dalla capacità di comprenderlo.
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