Mercati sotto pressione: petrolio, oro e Big Tech attendono la Fed 2026

92 / 100 Punteggio SEO

Petrolio, oro e Big Tech sotto osservazione: i mercati attendono la decisione della Federal Reserve e i risultati di Alphabet, Microsoft e Amazon.

mercati

L’ultima settimana di ottobre si apre con un equilibrio fragile. I mercati finanziari si preparano a una delle finestre operative più delicate del trimestre, segnata dalla decisione della Federal Reserve sui tassi di interesse attesa mercoledì 28 ottobre e, il giorno successivo, dalla scelta della Banca Centrale Europea.

A ciò si aggiunge un calendario aziendale particolarmente denso, con i risultati di Alphabet, Microsoft, Amazon e Intel destinati a influenzare non solo i singoli titoli, ma anche l’andamento degli indici tecnologici statunitensi.

Il contesto è reso più complesso dalla volatilità delle materie prime, dalla crescita dell’indice VIX e dalla possibile dissociazione tra un’economia reale ancora in espansione e un mercato finanziario sempre più esposto a correzioni improvvise. In questo scenario, l’analisi tecnica assume un ruolo centrale: consente di individuare livelli di supporto e resistenza, aree di accumulazione e possibili punti di rottura, offrendo una mappa operativa in un momento in cui le notizie macroeconomiche possono alterare rapidamente le dinamiche di prezzo.

Petrolio: la resistenza dei 104 dollari diventa decisiva

Il petrolio è stato uno degli strumenti più volatili della settimana, tornando a confrontarsi con un’area tecnica particolarmente importante, collocata attorno ai 104 dollari per barile. Si tratta di una resistenza che assume un valore rilevante sia dal punto di vista tecnico sia da quello psicologico, poiché il suo superamento potrebbe aprire la strada a un nuovo slancio rialzista verso i 110 dollari.

La struttura di fondo rimane costruttiva. Il prezzo è supportato da una linea di tendenza rialzista nata dopo il superamento, in due occasioni distinte, della soglia degli 83 dollari per barile, registrata rispettivamente a luglio e agosto 2026.

mercati

Finché questa trendline continuerà a svolgere la propria funzione di supporto dinamico, il quadro di fondo resterà orientato al rialzo. L’obiettivo tecnico immediato è quindi rappresentato dall’area dei 110 dollari, livello che riporterebbe il petrolio verso le quotazioni osservate tra marzo e aprile dello stesso anno.

Il canale di regressione lineare conferma questa lettura. Il prezzo ha appena realizzato un breakout oltre il bordo superiore del canale rialzista, un segnale che spesso anticipa un aumento della volatilità. In presenza di tensioni geopolitiche, in particolare rispetto alle minacce iraniane rivolte agli Stati Uniti, il rischio di un’ulteriore accelerazione dei prezzi non è trascurabile. Se i 110 dollari venissero superati con convinzione, i successivi riferimenti tecnici potrebbero collocarsi nell’area compresa tra 112 e 116 dollari per barile.

Dal punto di vista volumetrico, il punto di controllo principale dell’intero range di prezzo rimane attorno ai 92 dollari. Il ritorno sopra questa soglia ha rappresentato il catalizzatore dell’attuale fase rialzista, trasformando un’area di congestione in un supporto strategico. Sul breve termine, tuttavia, il grafico mostra una condizione particolare: sopra il prezzo corrente non emergono resistenze immediate, mentre i supporti più vicini restano collocati nelle aree già superate. Questo configura un potenziale spazio di salita senza ostacoli tecnici rilevanti, almeno fino a quando il mercato non incontrerà una nuova barriera di prezzo o volumetrica.

Brent: oltre i 120 dollari tra ipercomprato e divergenze

Il Brent sta vivendo una fase ancora più intensa rispetto al WTI. Il greggio di riferimento europeo ha superato i 116 dollari per barile ed è entrato in un’area tecnica vicina alla barriera dei 120 dollari. Si tratta di un movimento significativo, che riflette la pressione esercitata dalle tensioni geopolitiche e dalla percezione di un rischio di offerta più elevato.

Il prezzo risulta però fortemente ipercomprato. Questa condizione non rappresenta di per sé un segnale di inversione, ma indica che il rialzo sta procedendo con un’intensità tale da rendere probabili fasi di consolidamento o ritracciamento. L’indicatore RSI, avvicinandosi ai massimi di settembre attorno a 78 punti, potrebbe non riuscire a confermare un nuovo massimo di prezzo. In tale eventualità si aprirebbe la possibilità di una divergenza negativa, un segnale tecnico che spesso anticipa una perdita di slancio rialzista.

Un eventuale nuovo massimo del Brent, non confermato dall’RSI, potrebbe infatti favorire un ritorno del prezzo verso il supporto di area 109 dollari per barile. Questa ipotesi meriterebbe particolare attenzione, poiché storicamente il Brent ha spesso anticipato i movimenti del WTI. Una flessione del greggio europeo potrebbe quindi tradursi, con un certo ritardo, in un raffreddamento anche del petrolio statunitense.

La lettura operativa resta comunque condizionata dalla capacità del prezzo di mantenere posizioni sopra le aree di supporto dinamiche. Finché il Brent non perderà i riferimenti tecnici che hanno accompagnato l’attuale trend rialzista, ogni correzione potrà essere interpretata come una fase di consolidamento all’interno di un movimento di fondo ancora positivo. Il rischio, tuttavia, è rappresentato proprio dalla velocità del rialzo: mercati spinti eccessivamente in alto tendono a diventare più vulnerabili a notizie inattese o a cambiamenti improvvisi nelle aspettative geopolitiche.

Oro: dal breakout storico al testa e spalle

L’oro continua a occupare un ruolo centrale nell’attenzione degli investitori, non solo come strumento di trading, ma anche come termometro dell’appetito o dell’avversione al rischio. Il metallo prezioso ha attraversato una fase di forte crescita a partire dal 2025, dopo il superamento della resistenza di 2.300 dollari per oncia registrato a gennaio di quell’anno.

mercati

Quel breakout ha segnato l’inizio di un trend rialzista duraturo, interrotto solo da brevi pause di accumulazione, come quella osservata a settembre 2025. La salita dell’oro va letta anche alla luce del contesto macroeconomico: con tassi di interesse elevati, gli investitori avevano privilegiato strumenti obbligazionari e depositi remunerati.

Il successivo avvio del ciclo di riduzione dei tassi ha invece restituito appeal all’oro, privo di rendimento ma storicamente utilizzato come rifugio in periodi di incertezza.

Il rialzo recente non nasce però dal nulla. Il metallo giallo aveva accumulato posizioni per diversi anni all’interno di un ampio range compreso tra i 1.000 e i 2.000 dollari per oncia, in un periodo dominato dalla pandemia, dall’aumento dell’inflazione e dalla progressiva stretta monetaria. Questa lunga fase di costruzione ha fornito le basi per il movimento espansivo successivo.

Attualmente, però, il quadro tecnico si è fatto più critico. Dopo aver superato l’area di 4.150 dollari per oncia, l’oro ha tentato di rompere la resistenza compresa tra 5.080 e 5.100 dollari. Il fallimento di questo tentativo ha generato un falso breakout, seguito dalla formazione di un pattern testa e spalle. La proiezione tecnica di tale figura ha guidato il prezzo verso il supporto di 3.980 dollari per oncia, livello già sfiorato venerdì.

Ora il prezzo è tornato all’interno di un canale di regressione lineare ribassista. La resistenza più vicina si colloca attorno ai 4.180 dollari per oncia e potrebbe offrire un’opportunità di rimbalzo agli operatori rialzisti. In caso di fallimento, invece, la perdita del supporto di area 3.950 dollari potrebbe accelerare il movimento ribassista, indirizzando l’oro verso l’area di 3.350 dollari per oncia.

Il contesto macroeconomico resta determinante. L’inflazione, pur in crescita, appare complessivamente sotto controllo, mentre l’economia continua a espandersi. Al tempo stesso, il mercato del lavoro mostra segnali di indebolimento, con la disoccupazione in aumento. Questa divergenza tra crescita economica e occupazione crea un ambiente di incertezza che spinge gli investitori istituzionali a rivedere le proprie allocazioni. In un simile contesto, l’oro può continuare a beneficiare di flussi difensivi, ma anche subire correzioni violente se il dollaro dovesse rafforzarsi o se le aspettative sui tassi dovessero cambiare bruscamente.

Argento: volatilità elevata e supporti da difendere

L’argento ha anticipato alcuni dei movimenti dell’oro, confermando la sua natura di strumento più volatile e più sensibile alle dinamiche industriali. A differenza del metallo giallo, non è riuscito a superare con forza il bordo superiore del proprio canale di regressione lineare discendente.

Il massimo del 2026, collocato attorno ai 120 dollari per oncia, rappresenta il punto di partenza per tracciare la struttura di prezzo attuale. Il tentativo di breakout oltre i 70 dollari non è andato a buon fine: il prezzo ha sfiorato l’area di 70,68 dollari per oncia, ma è poi rientrato all’interno del canale. Questo comportamento conferma la presenza di una resistenza dinamica ancora efficace.

Attualmente l’argento si appoggia al supporto centrale del canale, attorno ai 52 dollari per oncia. La perdita dell’area di 55 dollari ha già indebolito la struttura di breve periodo, lasciando il prezzo esposto a un possibile test dei livelli inferiori. Il primo supporto tecnico rilevante si trova attorno ai 46 dollari per oncia, area che rappresenta un ritracciamento naturale all’interno della regressione.

Se anche questo livello dovesse cedere, il successivo riferimento si sposterebbe nell’area compresa tra 36 e 40 dollari per oncia. Si tratta di una zona più profonda, ma tecnicamente coerente con la struttura del movimento. La maggiore volatilità dell’argento, legata alla sua duplice natura di metallo prezioso e industriale, rende comunque necessario un approccio più prudente rispetto all’oro, soprattutto in una settimana caratterizzata da eventi macroeconomici ad alto impatto.

Dollaro Index: indecisione prima della Federal Reserve

Il Dollar Index ha perso parte della spinta mostrata nelle settimane precedenti. Dopo aver sfiorato i massimi dell’area 102-103 punti, l’indice ha tentato di mantenere posizione sopra il supporto di 101,50, livello che in precedenza aveva svolto la funzione di resistenza.

Il comportamento del dollaro appare attualmente indeciso. Il tentativo di superare l’area di 102 punti non ha ancora prodotto una rottura netta, mentre il punto di controllo volumetrico si colloca attorno a 101,70. Un eventuale breakout rialzista oltre i 102 punti, accompagnato da un aumento dei volumi e da un ritorno dell’indicatore di momento sopra la propria barriera tecnica, potrebbe indirizzare l’indice verso i 103 punti. In tale scenario, il dollaro tornerebbe a rafforzarsi contro le principali valute.

La chiave interpretativa resta il rapporto con l’euro. Il cambio EUR/USD ha sfiorato la rottura della soglia di 1,11, senza però imprimere un’accelerazione decisiva. Una conferma sotto questo livello potrebbe innescare un movimento ribassista forte sull’euro, speculare all’eventuale rialzo del Dollar Index. Le due valute riflettono infatti percorsi economici, politici e monetari ancora molto diversi.

Euro, sterlina e yen: dinamiche divergenti

L’euro-dollaro rappresenta uno dei cambi più sensibili agli esiti della riunione della Federal Reserve. La possibile rottura di 1,11 aprirebbe uno scenario di debolezza dell’euro, con potenziali accelerazioni ribassiste. Al contrario, un recupero sostenuto sopra tale soglia potrebbe ridurre la pressione sulla moneta unica e restituire spazio a un movimento di correzione rialzista.

La sterlina ha trovato resistenza contro il dollaro nell’area di 1,33. Anche in questo caso, l’andamento del cambio dipenderà in larga misura dal tono della Federal Reserve e dalle aspettative sui prossimi passi di politica monetaria. Una posizione più restrittiva da parte della banca centrale statunitense potrebbe favorire il dollaro, mentre un messaggio più prudente potrebbe alimentare rimbalzi sulle valute alternative.

Maggiore interesse tecnico riguarda il dollaro yen. Il cambio USD/JPY è stato respinto dalla resistenza compresa tra 158 e 159 yen. Questo respingimento ha impedito, almeno per il momento, il completamento di un possibile testa e spalle rovesciato. La reazione favorevole allo yen suggerisce che la valuta giapponese potrebbe recuperare parte della debolezza mostrata nelle settimane precedenti.

Il yen mantiene inoltre un ruolo importante come indicatore delle dinamiche del commercio internazionale e della propensione al rischio. In periodi di incertezza, infatti, la domanda di yen tende spesso ad aumentare, poiché la valuta è tradizionalmente considerata un rifugio. Un eventuale rafforzamento dello yen potrebbe quindi rappresentare un segnale di maggiore prudenza da parte degli investitori globali.

VIX: la volatilità torna al centro dell’attenzione

La settimana appena conclusa è stata particolarmente positiva per il VIX, l’indice che misura le aspettative di volatilità implicita sul mercato azionario statunitense e che viene spesso definito indice della paura. L’indicatore è passato dai minimi di 17 punti ai massimi di 19,50 punti, registrando un aumento di circa il 13 per cento nell’arco di pochi giorni.

Rispetto ai minimi toccati tra la metà e la fine di settembre, il VIX ha accumulato un guadagno di circa il 30 per cento. Questo dato indica che la volatilità non sta semplicemente oscillando, ma sta progressivamente aumentando. Un VIX in crescita riflette incertezza, indecisione e, soprattutto, l’avvio di strategie di copertura da parte degli operatori professionali.

La resistenza tecnica più importante si colloca attorno ai 20 punti. Il superamento di questa soglia potrebbe favorire un aumento delle richieste di protezione ribassista sugli indici azionari. In termini pratici, ciò significa che gli investitori istituzionali potrebbero intensificare l’acquisto di strumenti difensivi, aumentando la pressione venditrice sull’S&P 500 e, per effetto di contagio, anche sugli altri principali indici globali.

La relazione tra VIX e mercati azionari è quasi sempre inversa: quando la volatilità sale, le azioni tendono a soffrire. Per questo motivo, l’area dei 20 punti del VIX rappresenta un livello da monitorare con attenzione nella settimana della Federal Reserve. Un rifiuto di questa zona potrebbe favorire una stabilizzazione degli indici, mentre un superamento netto potrebbe anticipare fasi di correzione più intense.

S&P 500: attenzione ai 7.500 punti

L’S&P 500 si trova in una posizione tecnica delicata. La resistenza principale è individuabile attorno ai 7.700 punti, livello che emerge sia dagli swing più recenti sia dalla struttura di lungo periodo. Il mancato superamento di questa area ha lasciato spazio a un possibile test dei supporti inferiori.

Il primo riferimento ribassista è rappresentato dall’area di 7.550 punti. Si tratta di una zona di congestione che potrebbe attirare domanda in caso di flessione, ma che potrebbe anche cedere se la pressione venditrice dovesse intensificarsi. Sotto questa soglia, il gap di prezzo aperto a 7.470 punti assume un ruolo centrale. I gap non chiusi rappresentano spesso aree di attrazione per il prezzo, poiché il mercato tende a riequilibrare le discontinuità generate da movimenti improvvisi.

La violazione del gap di 7.470 punti potrebbe aprire la strada a un ulteriore ribasso verso i 7.300 punti dell’S&P 500. Si tratta di uno scenario non scontato, ma tecnicamente coerente con l’aumento della volatilità e con l’indebolimento della struttura di breve periodo.

Il canale di regressione lineare non fornisce al momento un segnale favorevole al ribasso sul medio termine. Tuttavia, il prezzo è uscito dalla regressione più stretta e si trova fuori dai limiti anche della seconda. Questa condizione indica una perdita di equilibrio rispetto alla tendenza recente, rendendo il mercato più vulnerabile a movimenti bruschi.

La soglia di 7.500 punti rappresenta pertanto il livello psicologico e tecnico più importante da osservare. Il suo mantenimento potrebbe consentire all’indice di costruire una base di consolidamento in attesa di chiarimenti dalla Federal Reserve. La sua perdita, invece, potrebbe trasformare l’attesa in una fase di distribuzione più evidente.

Nasdaq: il test dei 27.000 punti

Il Nasdaq mostra una situazione leggermente più contenuta rispetto all’S&P 500, ma non per questo meno critica. Il prezzo rimane all’interno del canale di regressione lineare, segno che la tendenza di fondo non è ancora stata compromessa. Tuttavia, l’indice sta testando un supporto fondamentale, rappresentato dal ritracciamento del 38,2 per cento di Fibonacci calcolato tra i minimi di marzo 2026 e i massimi di settembre e ottobre dello stesso anno.

La perdita di questo livello potrebbe innescare un’accelerazione ribassista verso il ritracciamento del 50 per cento, collocato attorno ai 27.000 punti. Si tratta di un’area già testata una volta durante il 2026 e la possibilità di un secondo approccio aumenta la rilevanza tecnica del livello.

Il Nasdaq è particolarmente esposto alle dinamiche delle grandi società tecnologiche, molte delle quali sono passate da startup a mega capitalizzazioni. Questi titoli rappresentano una parte determinante della performance dell’indice e la loro reazione ai risultati trimestrali può amplificare i movimenti dell’intero mercato.

La crescita dell’earnings per share di alcune società tecnologiche, come Meta, potrebbe in apparenza rappresentare un segnale positivo. Tuttavia, un aumento marcato del capitale proprio può anche essere interpretato come una scelta difensiva, volta a rafforzare il bilancio in un contesto di maggiore incertezza. Quando le imprese accumulano risorse per proteggersi, il mercato può leggere il segnale come un indizio di prudenza, soprattutto se accompagnato da un indebolimento del mercato del lavoro.

La settimana delle banche centrali

La prossima settimana sarà dominata dalle decisioni di politica monetaria. Mercoledì 28 ottobre è attesa la riunione della Federal Reserve, con particolare attenzione alle parole del presidente della banca centrale statunitense, attese alle 19:30 ora italiana. Il giorno successivo, giovedì 29 ottobre, sarà la volta della Banca Centrale Europea.

L’esito della riunione della Fed sarà determinante non solo per il dollaro, ma anche per l’oro, per le materie prime e per gli indici azionari. Un messaggio più restrittivo potrebbe rafforzare il dollaro e aumentare la pressione sugli asset rischiosi. Un tono più prudente, invece, potrebbe favorire un recupero dell’euro, un raffreddamento del Dollar Index e una maggiore tolleranza del mercato verso il rischio.

La BCE dovrà comunque tenere conto delle scelte americane. Le politiche monetarie delle due aree economiche influenzano il cambio EUR/USD, i flussi di capitale internazionali e le aspettative di inflazione. Per questo motivo, l’attenzione degli operatori sarà concentrata soprattutto sulla Federal Reserve, la cui decisione potrà ridefinire le aspettative globali sui tassi di interesse.

Trimestrali: Alphabet, Microsoft, Amazon e Intel

Accanto agli appuntamenti macroeconomici, la settimana sarà ricca di risultati aziendali. Mercoledì 28 ottobre sono attesi i dati di Alphabet, società madre di Google, e di Microsoft. Giovedì 29 ottobre toccherà ad Amazon e Intel.

Alphabet rappresenta una delle capitalizzazioni più rilevanti del mercato, con una valutazione vicina agli 8.000 miliardi di dollari. Microsoft, con una capitalizzazione attorno a 3.870 miliardi di dollari, e Amazon, vicina a 2.770 miliardi, costituiscono ulteriori punti di riferimento per la salute del settore tecnologico. Anche Eli Lilly, con una capitalizzazione di circa 1.160 miliardi di dollari, e Exxon Mobil, attorno a 732 miliardi, saranno sotto osservazione, insieme a Chevron.

I risultati di queste società non influenzeranno soltanto i singoli titoli. Data la loro presenza nei principali indici statunitensi, potranno condizionare l’andamento dell’S&P 500 e del Nasdaq. In particolare, Alphabet e Microsoft saranno determinanti per comprendere la solidità della domanda tecnologica, degli investimenti in intelligenza artificiale e della spesa aziendale in infrastrutture digitali.

Meta: risultati forti, prezzo debole

Meta ha rappresentato uno dei casi più interessanti della settimana. Nonostante risultati aziendali positivi, il titolo ha perso quasi il 12 per cento in pochi giorni. Questa divergenza tra fondamentali e prezzo merita attenzione, poiché può indicare che il mercato abbia già incorporato aspettative molto elevate.

Il titolo ha perso il supporto di area 720 dollari, generando una spalla ribassista già venerdì 16 ottobre. La debolezza è proseguita nei giorni successivi, con un calo verso il supporto di 690 dollari e la perdita della soglia psicologica dei 700 dollari. Giovedì, nonostante guadagni significativi sull’earnings per share, il titolo ha aperto in gap down e ha toccato l’area di 640 dollari, segnando una flessione di circa il 12,7 per cento.

Attualmente Meta si trova all’interno di un ampio movimento laterale, delimitato da resistenze attorno ai 705 dollari e da supporti nell’area di 580 dollari. Il ritorno all’interno di questa sideways potrebbe rappresentare una fase di normalizzazione dopo l’eccesso rialzista precedente, ma anche un segnale di distribuzione se le vendite dovessero continuare.

Il caso Meta evidenzia un aspetto importante dei mercati attuali: buoni risultati non garantiscono automaticamente performance positive del titolo. Quando le aspettative sono molto elevate, anche dati solidi possono non essere sufficienti a soddisfare il mercato. Questo fenomeno aumenta il rischio di correzioni improvvise, soprattutto nei settori legati all’intelligenza artificiale.

Tesla: lateralità e supporto a 365 dollari

Tesla ha mantenuto una posizione più stabile rispetto a Meta, pur restando in una fase di lateralità. Il titolo trova supporto attorno ai 365 dollari per azione, livello che finora ha resistito alla pressione venditrice.

La resistenza principale si colloca nell’area di 388 dollari. Il superamento di questa soglia sarebbe necessario per restituire slancio al titolo e confermare un possibile cambio di tendenza di breve periodo. Finché il prezzo rimarrà sotto questa area, il rischio di un nuovo test dei supporti inferiori resterà elevato.

L’attenzione degli investitori è stata alimentata anche dalla presentazione di un veicolo autonomo, un evento che può influenzare la percezione del potenziale futuro dell’azienda. Tuttavia, il mercato ha finora preferito attendere conferme concrete sui ricavi e sulla redditività, mantenendo il titolo in una fase di attesa.

Google sotto il supporto dei 325 dollari

Alphabet sta affrontando una fase tecnica particolarmente delicata. Il titolo ha perso circa l’8 per cento nella settimana e si trova vicino al supporto di 325 dollari per azione. Si tratta di un livello importante, poiché la sua perdita potrebbe aprire uno spazio di ribasso significativo.

Il grafico mostra un triangolo di accumulazione rotto al ribasso, accompagnato da un breakout gap. Questo tipo di movimento indica una forte pressione venditrice e riduce la probabilità di un immediato ritorno alla normalità. Se il prezzo dovesse perdere anche l’area di 310 dollari, i successivi riferimenti tecnici potrebbero essere rappresentati dalla chiusura dei gap lasciati attorno a 305 e 270 dollari per azione.

Per Alphabet, la pubblicazione dei risultati sarà quindi decisiva. Un dato positivo potrebbe consentire al titolo di difendere il supporto di 325 dollari e di tentare un recupero. Al contrario, una delusione potrebbe accelerare il movimento ribassista già avviato, con possibili ripercussioni sull’intero settore tecnologico.

Microsoft e la difesa dei 500 dollari

Microsoft ha perso circa il 3 per cento nella settimana, ma continua a difendere l’area di 500 dollari per azione. Questo livello rappresenta un supporto psicologico e tecnico importante, la cui tenuta sarà fondamentale per evitare un’accelerazione ribassista.

Una rottura al di sotto dei 500 dollari potrebbe indirizzare il titolo verso l’area di 396 dollari, dove si trovano le chiusure di gap precedenti. Si tratta di uno scenario potenzialmente significativo, considerata la rilevanza di Microsoft all’interno del Nasdaq e del mercato tecnologico globale.

I risultati attesi mercoledì rappresenteranno quindi un test importante. Il mercato cercherà conferme sulla crescita dei ricavi, sulla redditività degli investimenti in intelligenza artificiale e sulla capacità dell’azienda di mantenere margini elevati in un contesto macroeconomico più incerto.

Una fase di transizione per i mercati

Il quadro complessivo descrive un mercato in transizione. Le materie prime, in particolare petrolio e Brent, mostrano forze rialziste alimentate da fattori geopolitici, mentre oro e argento attraversano fasi di correzione dopo forti aumenti. Il dollaro resta indeciso in attesa della Federal Reserve, mentre il VIX segnala un aumento della volatilità e una crescente domanda di protezione.

Gli indici azionari si trovano quindi di fronte a una prova importante. L’S&P 500 deve difendere l’area di 7.500 punti, mentre il Nasdaq è chiamato a mantenere il supporto che precede i 27.000 punti. Le Big Tech, con Alphabet, Microsoft, Amazon e Intel, avranno un ruolo decisivo nel determinare la direzione del mercato nella seconda parte della settimana.

La settimana che si apre non sarà solo quella delle banche centrali, ma anche quella della resa dei conti per i mercati azionari. La combinazione tra decisioni monetarie, risultati aziendali e volatilità delle materie prime potrebbe definire il tono dei mercati fino alla fine dell’anno. In un contesto del genere, la gestione del rischio diventa prioritaria: identificare i livelli chiave, rispettare i piani operativi e evitare di sottostimare la velocità con cui i mercati possono cambiare direzione.

Seguici sui nostri canali social LinkedIn, YouTube, Facebook, Twitch e su WorkatWallStreet.it

Share the Post:

Related Posts